E così, alla fine lo straccione è tornato. Era andato via con il desiderio di conoscere il mondo, di farsi nuove amicizie e di costruirsi un futuro; invece, eccolo là, tornato a casa dopo essere stato in mezzo ai maiali, maiale come loro. Non c’è più quel sussiego che c’era qualche tempo fa, quando pieno di ambizione aveva chiesto al padre: “Dammi quello che mi spetta del tuo patrimonio, voglio partire”. 

I sogni di gloria sono finiti appena sono finiti i soldi. Ed ora, rieccolo fuori dalla nostra porta, a chiedere di tornare: è tornato perché è pentito? O forse solo perché ha fame? Si è stufato di essere trattato peggio di uno schiavo, quando in casa di suo padre i servi sono trattati con più dignità? Difficile dirlo. Intanto, però, è tornato. 

Presto, bisogna dargli un vestito nuovo; bisogna rimettergli i sandali ai piedi! Mio figlio non è uno schiavo! E poi, portatemi qui l’anello di famiglia… deve riavere la sua dignità, quella che ha perso dilapidando tutto ciò che aveva con le prostitute. È mio figlio, lo è sempre stato, e lo resterà per sempre. 

Non mi importa nemmeno se l’altro mio figlio mi biasimerà e mi darà dello stupido, semplicemente perché mi sono fatto imbrogliare un’altra volta: è mio figlio, era morto ed è ritornato alla vita. Non mi interessano nemmeno le recriminazioni di chi è sempre stato nella mia casa, anche se solo come servitore e non come figlio; io non voglio perdere nessuno di loro, e voglio che questa sia la casa di tutti. 

Nella quarta domenica di Quaresima di quest’anno, leggiamo il celeberrimo brano del  padre misericordioso e del figlio scapestrato. Diciamoci la verità. L’atteggiamento del padre misericordioso, in fondo in fondo, ci infastidisce. È un comportamento sciocco: noi non avremmo fatto così. Forse ci saremmo anche commossi per il ritorno del figlio, però poi avremmo subito messo le cose in chiaro. Via i conti condivisi in banca, nessun accesso ai beni di famiglia, e soprattutto bisogna metterlo con il fratello maggiore, che sicuramente dell’economia della casa si è occupato con maggiore profitto. 

E invece, niente di tutto questo. Il padre misericordioso è contento, di una contentezza commossa e quasi sconsiderata, che non si preoccupa delle conseguenze di un gesto così scandaloso. 

Eppure è in questo gesto di Dio che noi iniziamo a capire il senso più vero della nostra fede. È il mistero nel quale non siamo ancora entrati, sebbene ne parliamo in continuazione: è la misericordia di Dio. Finché non ne faremo davvero esperienza, continueremo a parlarne più come addetti del sacro, che come uomini e donne che l’hanno davvero sperimentata. Quando permetteremo finalmente a Dio di visitarci con la sua misericordia che non giudica, che non etichetta e che non condanna mai? Finché non lo lasceremo libero di visitarci con la sua profonda misericordia, avremo soltanto perso tempo. 

La Fraternità di Rovio

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