Non mi piace affatto, il mio lavoro. D’altro canto, è quello che ho sempre fatto, e non saprei fare altro: poi, come dite voi, è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. Io sono entrata in servizio quando quei due se andarono via dal giardino, tanto tempo fa. Colui che li aveva creati, più per pietà che per ira, mi disse di seguirli e di porre fine alla loro vita quando Lui me lo avrebbe ordinato. Da allora, funziona così: io non ho ferie, non ho tempi morti… ah ah ah, piaciuta la battuta, vero?
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Il punto è che voi vi siete fatti di me un’idea alquanto strana. Avete paura di me, e sebbene nel corso dei secoli mi avete dipinta in tutte le maniere (alcune volte siete riusciti a spaventare persino me!), in realtà non mi conoscete. Qualcuno di voi ci ha provato, a rendermi un po’ meno inquietante, mi ha addirittura chiamata sorella. Beh, tante grazie! Mi ha fatto piacere, non c’è che dire… Però di solito quando arrivo io fate sempre tante storie… Urla, pianti, e robe del genere… Bene, ve lo confesso: io sono stanca di fare questo lavoro! Con me l’happy end non c’è mai, ecco.
Pensate che sia piacevole presentarsi da qualcuno e portarselo via, ponendo fine alla sua vita? Senza fare differenza tra uomini, donne, o bambini? Brutto mestiere, ve lo assicuro. Arriva l’ordine dall’alto, e zac… sono già lì. Insomma, tutto molto noioso, nel mio lavoro.
Però, devo dire che un po’ di tempo fa c’è stato qualcuno che mi ha fatto divertire parecchio, e che finalmente mi ha fatto ridere un bel po’! All’inizio è successo con una ragazzina. Ero arrivata lì giusto qualche ora prima che arrivasse questo tipo – mi pare si chiamasse Gesù di Nazareth, se non sbaglio – per una bambina di 12 anni. Quanto era carina! Però, che volete, il lavoro è lavoro: un abbraccio freddo, una carezza con la mia mano ossuta, e lei era già altrove. E poi, quando stavo per andare via, arriva lui: beh, non ci crederete! Sapete cosa ha fatto? Le ha preso la mano, le ha detto qualche parola che non ho capito bene, ed eccola là!, viva e vegeta che stava seduta sul suo letto!
“O bella!”, ho pensato tra me: non avevo mai visto niente di simile da quando ero entrata in servizio! “Vuoi vedere che finalmente anche io riesco a divertirmi un po’?”, ho detto tra me e me, finalmente contenta e su di giri?
Detto fatto: ho cominciato a seguire il tipo strano; a Nain, ad esempio, lo ha rifatto con un ragazzino, figlio unico di madre vedova. Quel giorno piangevano anche le pietre, credetemi. Ed anche io, che ne ho viste di partenze brusche, davanti a quella scena un po’ mi sono commossa e mi sono dovuta asciugare una lacrima che scorreva sul mio volto ossuto. “Non piangere”, ha detto quel tipo alla madre: poi si è avvicinato alla bara e l’ha toccata. Io ero lì, ed appena l’ho visto, sono sgattaiolata via subito, restituendogli il ragazzino: io ridevo come una pazza, perché finalmente c’era qualcuno che era più forte di me, e così almeno per una volta, anche con la mia presenza, c’era un lieto fine.
Ad un certo punto ho alzato la posta: ho saputo che c’era un suo caro amico, che si chiamava Lazzaro, e sono andato a trovarlo. Era malato, poverino, e gli ho fatto un favore a portarlo via. Però, sapere cosa ho fatto? Non volevo perdermi lo spettacolo per niente al mondo, per cui sono entrata nella tomba assieme al morto proprio mentre chiudevano l’ingresso con un pietrone. E’ stata un po’ dura, quella volta: mi ha fatto aspettare quattro giorni, il tipo. Se l’è presa comoda: ad un certo punto ho temuto persino che non venisse più ed ero molto preoccupata, finquando ho sentito la sua voce. “Finalmente!”, ho detto, battendo le mani e cominciando a ballare con la mia falce come se fossimo ad una festa… Hanno aperto la porta e io sono uscita per andarmene, quando – in un istante – ho incrociato il suo sguardo. Lì ho capito tutto: proprio mentre alle mie spalle l’amico Lazzaro ricominciava a respirare e si metteva su in piedi, l’ho sentito dire che Lui era la Vita. Quella che non finisce, quella sulla quale nemmeno io, con la mia falce affilata, ho potere: ho capito che quello era il figlio del Principale, e che Lui voleva regalare la vita a tutti quelli che credono in Lui, e su nessuno di quelli io ho potere.
Sapete cosa ho fatto? Ho cominciato a cantare, pazza di felicità: mentre lui e le sorelle riabbracciavano Lazzaro, commossi e quasi impazziti per la gioia, me ne sono andata contenta, e l’ho guardato negli occhi ancora una volta. Lui ha risposto al mio sguardo: non c’era biasimo né odio, né ribrezzo, come mi guardate di solito tutti voi uomini. Mi ha semplicemente sorriso, e allora ho capito. Non so quando e come avverrà, se sarà un’alba radiosa di un mattino di primavera o in un tramonto rosso fuoco di una sera d’estate, però so una cosa: negli occhi di quell’uomo ho visto una promessa. Anche io, prima o poi, potrò andare in pensione, appendere la mia falce al chiodo, e godermi il mio meritato riposo.

Sorella Morte

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